Covid e violenza, le raccomandazioni degli Stati membri della Convenzione di Istanbul

Per un’informazione plurale che va oltre i confini italiani oggi pubblichiamo il documento del Comitato degli Stati membri della Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa tradotta da Fondazione Pangea riguardante alcune raccomandazioni  per contrastare la violenza sulle donne in tempo di Covid e inoltre pubblichiamo la lettera della presidente del Grevio il gruppo di esperti ed esperte indipendenti  per il monitoraggio della Convenzione di Istanbul. 

Qui la versione tradottaDichiarazione GREVIO under COVID19

Qui la versione in lingua inglese:

Dichiarazione dei Comitato degli stati Parte della Convenzione di Istanbul https://rm.coe.int/declaration-committee-of-the-parties-to-ic-covid-/16809e33c6

Emergenza Covid e violenza: Pangea, Udi e Telefono Rosa scrivono a Bonetti

Soprattutto in questo momento così difficile per il nostro paese e per tutta la società, servono politiche integrate per approfondire quale percorso le donne vittime di violenza debbano intraprendere per sfuggire agli uomini violenti.

La Ministra Bonetti rilancia il numero di pubblica utilità 1522 in vari articoli e nelle trasmissioni televisive, ma nonostante ciò riteniamo che non sia una risposta sufficiente alla luce del fatto che il 1522 lavora in rete con una parte dei centri antiviolenza d’Italia.

 

Ad oggi i centri antiviolenza, secondo la rilevazione del 2017 sono 366 in tutto il paese ma le telefonate sono diminuite. È opportuno chiarire e dare ulteriori informazioni perché i CAV – Centri Antiviolenza, che sono nella maggior parte dei casi chiusi, operano costantemente al telefono fornendo consulenza legale civile e penale e soprattutto sostegno psicologico. La consulenza legale è necessaria alle donne per avere consigli, per preparare una denuncia e per il percorso successivo da intraprendere. Sono invece funzionanti le Case Rifugio, ma molte di esse sono già piene e non possono garantire ulteriori prese in carico e alloggiare donne ex novo. Sarebbe utile,

per gli addetti ai lavori, conoscere quali Case Rifugio abbiano ancora spazi disponibili e se sono attrezzate con spazi adeguati per far trascorrere la quarantena alle donne in situazioni di infezione. Dovrebbe altresì essere chiara la prassi sanitaria da seguire in tutta Italia prima di poter inserire le donne nelle Case e le operatrici dovrebbero essere munite di mascherine e guanti da parte della protezione civile per garantire anche la propria sicurezza sanitaria.

 

Se una donna è in pericolo ed esce di casa, incontrando le forze dell’ordine, più che compilare un modulo può chiedere aiuto per uscire dalla situazione di pericolo in cui si trova, dichiarando lo stato di necessità per la sua messa in sicurezza. Sarebbe soprattutto opportuno far uscire il violento di casa con misure immediate speciali, allontanandolo sino al periodo post COVID19 e assicurando tutte le condizioni sanitarie e di sicurezza necessarie anche per il violento. In ogni caso vanno assicurate alle donne tutte le condizioni necessarie sanitarie e di sicurezza per la donna e per i figli.

 

Per i finanziamenti stanziati con DPCM fino al 2020 a tutte le Regioni, chiediamo che siano erogati direttamente ai centri in funzione che sono riconosciuti dalle regioni e dal DPO con massima urgenza, entro e non oltre 15 gg.

Speriamo che le nostre richieste vengano accolte in tempi brevi. Oggi più che mai dobbiamo assicurare alle donne e ai minori protezione e sicurezza.

Firmato

Associazione Nazionale Telefono Rosa

Pangea- REAMA Network

UDI-Unione Donne Italiane

Violenza ed emergenza Covid 19, Pangea scrive alla ministra Bonetti

Gentile Ministra Bonetti,

Le scrivo dopo aver essermi consultata con le esponenti dei centri antiviolenza e delle associazioni e le donne che fanno parte della Rete Reama sulla prevenzione e messa in protezione dalla violenza maschile agite sulle donne in questo periodo di COVID19.

Come lei stessa sa, in questo momento la solitudine delle donne viene ulteriormente amplificata dalla costrizione per ragione di salute e sicurezza pubblica di dover stare a casa costringendole a condividere la vita con un uomo violento: il fratello, il padre, il marito, il compagno, il nonno, chiunque esso sia.

Le vie di fuga per affrontare la violenza in questi tempi sono ristrette.
I centri antiviolenza, le case rifugio, i gruppi di mutuo aiuto e tutti gli sportelli fisici ed online svolgono un lavoro determinante per interrompere il circuito della violenza.
Nessuna delle realtà della rete REAMA ha sospeso l’attività sebbene si siano poste nella condizione di rispettare le norme precauzionali per evitare il contagio.
E allora è tempo di interrogarci, cosa che noi come Pangea rete Reama abbiamo fatto.

La pandemia Covid-19 ha modificato il nostro di lavorare? si.
Come? Affidando all’etere tutto quello che è accoglienza ed ascolto empatico tra donne,
che è la base di una relazione di fiducia da persona a persona, da donna a donna.
In pratica è stato incentivato l’uso della tecnologia, facendo colloqui con le donne che chiamano e chiedono sostegno via cavo, via social con chat su whatapp, skype, telegram, google duo, via email.
Oggi l’ascolto, le informazioni, il conforto, le sedute psicologiche, le consulenze legali, avvengono via etere quando è possibile ovvero quando il violento non è in casa.
È evidente che non è la stessa cosa: la relazione empatica, la fiducia è molto più difficile da costruire come è molto più difficile dare risposte e costruire un percorso di uscita dalla violenza.
Tutto viene rallentato e le donne sono provate, sfiduciate, molte di coloro che vivono violenza pertanto rimangono più di prima nel sommerso perché incerte del loro futuro.

Non sempre si riesce a garantire in caso di necessità il trasferimento in case rifugio, vuoi perché sono già piene, vuoi perché si deve prevenire il contagio, e su questo tema alcuni centri e case si sono organizzati o si stanno organizzando, altri rimangono invece sforniti di possibilità per mancanza di strutture dove si possa accogliere. Questo Ministra in alcune zone d’Italia è un problema annoso che si acuisce in questo periodo di COVID19.
Molto si riesce a fare dove ci sono case di emergenza, dove l’ospitalità va dalle 72 ore a massimo un mese, ma una volta riempite è evidente che non ci sarà più posto per la prossima donna che ne avrà bisogno.

Tuttavia l’accoglienza nelle case rifugio e nelle case in semi autonomia risente della mancanza delle direttive da parte delle Asl locali, le quali potrebbe indicare i livelli minimi da tenere presente per evitare la diffusione in questi luoghi del contagio tra le ospiti ed i minori presenti.
In realtà attualmente in mancanza di direttive ci si affida al buon senso.
Nonostante le nuove disposizioni in tema di attività giudiziaria non abbiano bloccato i procedimenti urgenti quali l’ordine di protezione, la decadenza della responsabilità genitoriale etc., non abbiamo contezza se le forze dell’ordine e la magistratura siano indirizzate in tal senso a tutela delle donne.La realtà che abbiamo raccolto Ministra è di fatto questa:
oggi ci sono donne che provano a chiamare per chiedere aiuto chiuse in bagno, mentre i figli chiedono di entrare per paura del padre.
Ci sono donne che scrivono un messaggio e poi lo cancellano immediatamente per non farlo leggere al marito che controlla tutto nel cellulare e lui è onnipresente in questi giorni di COVID 19 perché non lavora.
Sono più fortunate quelle che invece hanno il marito che è costretto a lavorare, caso mai in un supermercato, nei trasporti pubblici, negli ospedale. Ci sono donne che chiamano mentre lui, il maltrattante, lavora, queste sono le più fortunate!
Una donna che lavora nella sanità controlla tutti i turni di lavoro del marito, anche lui occupato nella sanità, per incastrare i suoi in maniera da non incontrarlo mai a casa!
L’ultima volta che lo ha incrociato, qualche giorno fa, a casa l’ha riempita di botte, era notte, e lei la mattina è andata a lavoro per non rivederlo anche se il referto le dava una decina di giorni a casa.

Ci sono donne arrivate in pronto soccorso a cui hanno tolto il cellulare perché l’ospedale è un centro dedicato COVID, di conseguenza non hanno potuto chiamare i figli, né il centro antiviolenza per farsi aiutare, ora quel centro antiviolenza sta contrattando l’ospedale della zona per lasciare un cellulare da far utilizzare a qualsiasi donna vittima di violenza che sia presa in triage al pronto soccorso.
Per quel che riguarda i Pronto Soccorsi ci sarebbe bisogno di direttive esplicite. Molte donne non si rivolgono perché sono consapevoli di non potersi recare in quanto tutti occupati nell’emergenza da COVID 19. In alcuni di questi, sempre per bisogno, hanno utilizzato le stanze dedicate alle donne vittime di violenza, senza che questo sia stato messo in discussione da nessuna parte.
Insomma l’emergenza ha interrotto di fatto i protocolli, laddove esistenti con i centri antiviolenza, lasciando ancora una volta le donne allo sbando ed alla mercé della violenza maschile.

Ci sono uomini-padri-maltrattanti che non rinunciano, anzi pretendono, il loro diritto di visita dei figli e pretendono che la madre porti loro i bambini, anche perché sul sito del ministero tra le fac vi è in evidenza che il diritto di vista dei padri separati non è sospeso.
Infatti, come sa, non vi sono decisioni omogenee in tutta Italia da parte dei tribunali per i minori in presenza di violenza domestica che vietino in questo periodo di contaminazione le visite obbligatorie.

La rete delle avvocate ci raccontano che a volte il buon senso li convince a fare video chiamate invece di vedere i figli personalmente e fisicamente ma forse questa dovrebbe essere una disposizione nazionale e non dei rari esempi. In aiuto a queste decisioni sono scesi in campo alcuni medici pediatri che hanno avuto direttamente contatti con i padri per dissuaderli ad esercitare il diritto di visita in maniera tradizionale.

Potrei continuare, ma voglio anche dirle che ci sono anche esempi positivi, non va tutto a rotoli ma, come ben sa, non basta lo sforzo del e della singola per prevenire e contrastare la violenza, ancora di più in questo periodo di CODIV 19.
Non è sufficiente dire c’è il 1522, ci sono i centri antiviolenza e c’è una rete di persone responsabili, a partire dalle donne.
In questo momento la rete REAMA con Fondazione Pangea ha tutte le operatrici sul campo, ci sono 22 associazioni che tra centri antiviolenza e case rifugio e/o emergenza, una rete di avvocate specializzate oltre 19 avvocate specializzate in giro per l’Italia e tante altre associazioni, professioniste, donne che hanno vissuto la violenza e che oggi aiutano le altre sul territorio. Abbiamo due sportelli online a cui rispondiamo poi telefonicamente sul territorio nazionale, uno su tutte le declinazioni di violenza ed uno specifico sulla
violenza economica, e tre progetti specifici sul recupero della genitorialità mamma figli.

Sappiamo che alcune regioni si sono organizzate rispetto ai centri antiviolenza e le case rifugio, comunque in assenza di direttive nazionali ogni regione si è organizzata a modo suo in ragione dell’emergenza.
Riteniamo quindi opportuno suggerire la formazione di una task force, o gruppo d’emergenza, anche online, composto da autorità pubbliche e dalla società civile organizzata che fa parte del Tavolo tecnico sull’antiviolenza, che coinvolga ministeri, regioni e comuni, per elaborare in maniera tempestiva direttive nazionali omogenee per regioni, comuni, distretti sanitari che tengano conto delle specificità territoriali, e si integrino con le attività dei ministero della giustizia e dell’interno, del lavoro, nonché della
salute, sui temi della violenza sulle donne.
Ad esempio sull’accoglienza, sulla presa in carico in emergenza, sulle visite obbligatorie in favore dei minori e quanto altro sia possibile individuare ed organizzare affinché sia facilitato il lavoro delle donne che lavorano per la prevenzione e il contrasto della violenza, affinché non solo si fermi il contagio del COVID 19 ma sia anche possibile far vivere in sicurezza le donne che rimangono a casa.

Tutto questo sarà possibile anche se si assicurerà il finanziamento previsto alle strutture preposte, sia per gli enti pubblici che per i centri antiviolenza, le case rifugio, gli sportelli portati avanti dalle donne e da quanto altro preposto alla prevenzione e al contrasto della violenza. Infine in questo periodo forse le scadenze di bandi debbono essere allungate.

Se vogliamo garantire i diritti fondamentali assieme al binomio dell’umanità metteteci nelle condizioni di poterlo fare e non dover essere solo eroine senza nome.
Certi del suo interessamento in questo momento, le porgiamo i nostri più cordiali saluti.

Fondazione Pangea Onlus

Rete Reama di Fondazione Pangea Onlus (elenco in continuo aggiornamento):

Avv.ta MariaPia Vigilante Bari
Avv.ta Olga Diaspro
AVV.ta Cristina Coviello Potenza
avv.ta Camilla Zamparini Bologna
Avv.ta Rocchina Staiano, Consigliera di Parità di Benevento
Avv.ta Valeria Valente Salerno
AVV.ta Alessandra Fantin Trieste
Avv.ata Franca Mattarozzi Napoli

Avv. Patrizia Schiarizza
Avv. Milli Virgilio

Avv.ta Monica Miserocchi
Avv.ta AnnaMaria Marin

Centro antiviolenza di Chivasso-torino
Ass.Tiziana Vive Milano/Pavia
Tiziana Dal Pra

Manden – Diritti Civili e legalità

Associazione Nosotras Onlus

Associazione il giardino segreto

Centro antiviolenza Giraffa di Bari
Centro antiviolenza Renata Fonte-Lecce
Carolina Garrow responsabile centro Anguillara Federica Mangiapelo
Cristiana Varchi gruppo auto mutuo aiuto Dire Basta,Ferrara
Rete Antiviolenza FRIDA KAHLO Onlus Barcellona Pozzo di Gotto

Centro antiviolenza Randi-Livorno
Tiziana dal Pra
centro antiviolenza telefono Rosa- Treviso

Centro antiviolenza Ponte Donna Lazio

Cav “Faderica Mangiapelo” di Anguillara

Associazione Artemisia Gentileschi di Paola-Cosenza
Centro antiviolenza di Macerata SOS
Mirella Miroddi assistente sociale- Messina
Ass. Prassi e ricerca, centro antiviolenza di Nettuno e di Anguillara
Alfia Milazzo -Fondazione “La città invisibile”-Catania
Associazione Mandem diritti civili e legalità- Salerno

Casa rifugio Antonella Russo Ospedaletto D’Alpinolo (AV)

Centro Antiviolenza Antonella Russo

Associazione Filo di Sera

Associazione Punto D

Bianca Rosa Onlus Verona

Ass. First Social Life

Ass.ne “IL LUME” O.D.V. Treia (MC)

Bridget Ohabuche del Collettivo Afrofemministe In-visibili.

Giuridicamente libereAssociazione Anemos-Varese
Ass. Pink Project -Capo d’Orlando
Ass. germoglio viola-Milano

Centro Antiviolenza Pink House di Floridia

Ass. Punto a Capo

Sanzaro Cristina, Associazione di Promozione Sociale Work in Progress

Roberta serdoz

Grazia Biondi

Elvira reale

Giovanna Ferrari
Ilenia Pappalardo
Giuliana Olzai- Lazio
Caterina Turato
Rosa Calipari

MARIA Rosaria Famoso

Maria Calabrese

Alessandra Fantin

Giuliana Olzai

Merita Cretella

Zdenka Maric

APS ”Cuore Errante”

Centri antiviolenza, ecco i risultati dell’indagine del Cnr

Eccoci stamattina alla presentazione a Roma dei primi risultati dell`indagine qualitativa sui centri antiviolenza condotta da ricercatrici e ricercatori del progetto ViVa, nato dall’accordo di collaborazione tra il Dipartimento per le Pari Opportunita` e il Cnr-Irpps. Le indagini sono state effettuate insieme ad Istat.
Dall’indagine emerge che il numero di centri specializzati in Italia nel 2017 era di 366, pari a 1,3 centri antiviolenza (Cav) ogni 100mila abitanti: al Nord e al Centro 1,1 per ogni 100 Mila abitanti mentre al sud 1,8.
Su ascolto e accoglienza, orientamento e accompagnamento ad altri servizi presenti sul territorio come su consulenza psicologica, consulenza e assistenza legale, l`offerta dei 335 centri antiviolenza che hanno partecipato alle indagini è risultata “ottima”.  Buona l`offerta di attivita orientate alla protezione e sicurezza delle donne che si rivolgono ai centri specializzati, considerando il numero di centri che ha “disponibilita` di alloggi sicuri come case rifugio a indirizzo segreto” (75,2%) e quello dei centri che effettuano la valutazione del rischio (78,2%). Buona l`offerta anche sulla prestazione “orientamento lavorativo” (75,5%).
Tre le aree problematiche: i centri specializzati che effettuano l`accompagnamento dell`autonomia abitativa (57,3%); l`accoglienza in emergenza,  l’offerta dal 64,8% dei centri specializzati; le attivita` a sostegno di figli o figlie minorenni, offerte dal 52,5% dei centri, e di sostegno alla genitorialita`, erogato dal 65,1% dei centri. Critica anche l`area relativa alle attivita` rivolte all`utenza straniera, con meno della meta` dei centri (48,1%) che garantisce la mediazione linguistico-culturale e solo un quarto dei centri che fornisce prestazioni specifiche rivolte a donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo (25,4%).
Nel 2017 sono state 49.021 le donne che hanno contattato almeno una volta un centro antiviolenza in Italia, con un numero medio piu` elevato nelle regioni del Centro.
Il numero di donne impegnate in un percorso di uscita dalla violenza prese in carico dai centri antiviolenza e` 32.632, in media 104 per centro. Maggiore l`affluenza nei cav del Nord (143) che accolgono piu` del doppio delle donne dei centri del Sud (59). Sono 21.618 le donne che hanno iniziato per la prima volta nel 2017 il percorso di uscita dalla violenza, in media 75 a centro. Un dato piu` elevato nei centri localizzati al Nord (100), piu` basso nei cav di Sud e Isole (43).
Sono invece 8.711 le donne straniere impegnate in un percorso di uscita dalla violenza nel 2017 (30 in media nazionale per ogni centro antiviolenza), su un totale di 32.632.
 Sono 280, pari all`83,6% del totale, i centri antiviolenza italiani che rimangono aperti piu` di 5 giorni a settimana. La reperibilita` telefonica e` garantita h24 da 230 centri (68,7%), concentrati soprattutto al Sud (122, pari all`85,9%), mentre al Centro e al Nord si ritrovano in misura minore.
Sono 54 i programmi di trattamento per autori di violenza al 31 dicembre 2017, distribuiti in modo eterogeneo sul territorio italiano, con una maggiore concentrazione nel Nord Italia (soprattutto in Emilia Romagna e Lombardia, rispettivamente 9 e 8 programmi), mentre in quattro regioni, tre meridionali (Basilicata, Calabria, Molise e Valle d`Aosta) non risulta attivo alcun programma.
La grande maggioranza dei centri antiviolenza italiani, pari all`89%, aderisce al numero antiviolenza nazionale 1522. Il 77,9% dei centri (261), inoltre, fa parte di una rete territoriale antiviolenza, con migliori performance al Nord (91,1%). La quasi totalita` dei centri (97,3%) hanno a disposizione almeno un locale idoneo a garantire la privacy delle donne accolte, in piu` dell`80% le operatrici condividono un codice deontologico su riservatezza, segreto professionale e anonimato.

Bruxelles, presentato il progetto per sostenere le donne rifugiate vittime di violenza

Informare, sostenere e incoraggiare le donne rifugiate vittime di violenza di genere offrendo loro un servizio di assistenza specifica, migliorarne l’accesso ai servizi e la capacità dei professionisti di assisterle ed elaborazione nuovo metodo di consulenza che può essere utilizzato nel loro lavoro quotidiano. E’questo l’obiettivo del progetto “Co-creare un metodo di consulenza per le vittime di violenza di genere per le donne rifugiate” di cui Giraffa Onlus – associazione che fa parte della rete Reama – è organizzazione partner e i cui risultati sono presentati oggi a Bruxelles alla presenza dell’European regional institute in the United Nations Criminal Justice and Crime Prevention programme network (HEUNI) e SOLWODI Deutschland e.V. (associazione coordinatrice del progetto).

Un tema importante, quello delle donne migranti che vivono la violenza di genere, che viene spesso letto sotto la lente d’ingrandimento degli stereotipi o ridotto alla tratta e alla prostituzione. I risultati del lavoro svolto invece ci raccontano che anche per le richiedenti asilo è la violenza vissuta in ambito familiare la forma più frequente di maltrattamento, che compare nel 70% dei casi intervistati. Segue il traffico di essere umani con il 52% e gli abusi sessuali e lo stupro per il 50%. Il 25% delle donne richiedenti asilo ha subito mutilazioni genitali femminili ma solo nel loro paese, mentre in Italia e nei paesi europei sono quasi assenti, il 22% è vittima di maltrattamenti, stalking e matrimoni forzati e per il 15% vige ancora il delitto d’onore.

E’per questo sempre più necessario – afferma la presidente di Giraffa, Maria Pia Vigilante – non sottovalutare il tema della violenza di genere per le richiedenti asilo e creare per questo una rete di persone formate e specializzate, anche quando si parla di donne migranti. Questo vuol dire promuovere il potenziamento delle capacità dei counselors, raccogliere e valutare i dati sui bisogni delle richiedenti asilo e istituire una rete di esperti.

Il progetto ha adottato un approccio incentrato sulle vittime per comprendere meglio i problemi e le esigenze delle donne rifugiate vittime di violenza di genere. L’obiettivo è quello di creare maggiore consapevolezza sul tema della violenza di genere tra le donne rifugiate e sui servizi a loro disposizione, aumentare le segnalazioni dei casi alle Ong o alla polizia, creare una rete di esperti transnazionali ma anche e soprattutto elaborazione un nuovo metodo di consulenza che può essere utilizzato nel loro lavoro quotidiano per aiutare le donne rifugiate vittime di violenza.

“Questo lavoro e’ fondamentale per riuscire a dare applicazione anche alla convenzione di Istanbul – concludono le responsabili del progetto – che dedica alle donne migranti, richiedenti asilo e rifugiate un capitolo specifico”.

Ansa, nasce Reama

_06 mar 15:57 – ANSA_
*Violenza donne: nasce Reama, mutuo aiuto per ricominciare*
(ANSA) – ROMA, 06 MAR – Coinvolgere direttamente le donnevittime di violenza in azioni di auto mutuo aiuto. Ma senzalasciarle sole. Attorno a loro oltre 50 realt_ tra associazioni,centri antiviolenza, case rifugio, professioniste e un gruppo di16 avvocatesse che insieme compongono una fitta rete di”antenne” in tutta Italia per far conoscere e applicare laConvenzione di Istanbul.   Tutto questo þ Reama, la Rete per l`Empowerment e l`AutoMutuo Aiuto per le donne che subiscono violenza e per i lorofigli, nata dall`impegno della Fondazione Pangea Onlus con ilsostegno di Fondazione Just Italia e presentata, questa mattina,nella sede della Casa internazionale delle donne in via dellaLungara a Roma.”Le avvocatesse – ha spiegato la vicepresidente di Pangea SimonaLanzoni – fanno gratuito patrocinio. In pi° alle vittime vienefornito supporto durante le fasi investigative oltre a duesportelli online anti-violenza e anti-violenza economica e unacampagna di sensibilizzazione verso l`opinione pubblica, perchþesiste una lobby potente che sta lavorando al ritorno al passatoper quanto riguarda i diritti delle donne”.   Reama mette a disposizione anche un piccolo Fondo vittime,ovvero un piccolo sostegno economico alle donne sopravvissutealla violenza, ai loro figli o ai loro familiari come spinta per”rincominciare” e organizza seminari di Formazione einformazione comune per approfondire temi ed esperienze in unoscambio reciproco di saperi, metodologie e buone pratiche.  Valeria Valente, presidente della Commissione d`inchiesta sulfemminicidio ha ricordato la vicenda di una giovanissima donna  “violentata, proprio in queste ore a Napoli, da un branconell`ascensore della stazione. Viviamo in emergenza continua,non basta mai denunciare. Il caso di Napoli þ sfidante: sonotutti giovanissimi e la violenza si þ consumata in un luogopubblico.Parliamo di una vera regressione culturale e i sintomi sonotanti. Non solo sui social ma anche in alcuni disegni di legge oin una sentenza come quella del caso Matei, scritta male con unlinguaggio.