Centri antiviolenza, ecco i risultati dell’indagine del Cnr

Eccoci stamattina alla presentazione a Roma dei primi risultati dell`indagine qualitativa sui centri antiviolenza condotta da ricercatrici e ricercatori del progetto ViVa, nato dall’accordo di collaborazione tra il Dipartimento per le Pari Opportunita` e il Cnr-Irpps. Le indagini sono state effettuate insieme ad Istat.
Dall’indagine emerge che il numero di centri specializzati in Italia nel 2017 era di 366, pari a 1,3 centri antiviolenza (Cav) ogni 100mila abitanti: al Nord e al Centro 1,1 per ogni 100 Mila abitanti mentre al sud 1,8.
Su ascolto e accoglienza, orientamento e accompagnamento ad altri servizi presenti sul territorio come su consulenza psicologica, consulenza e assistenza legale, l`offerta dei 335 centri antiviolenza che hanno partecipato alle indagini è risultata “ottima”.  Buona l`offerta di attivita orientate alla protezione e sicurezza delle donne che si rivolgono ai centri specializzati, considerando il numero di centri che ha “disponibilita` di alloggi sicuri come case rifugio a indirizzo segreto” (75,2%) e quello dei centri che effettuano la valutazione del rischio (78,2%). Buona l`offerta anche sulla prestazione “orientamento lavorativo” (75,5%).
Tre le aree problematiche: i centri specializzati che effettuano l`accompagnamento dell`autonomia abitativa (57,3%); l`accoglienza in emergenza,  l’offerta dal 64,8% dei centri specializzati; le attivita` a sostegno di figli o figlie minorenni, offerte dal 52,5% dei centri, e di sostegno alla genitorialita`, erogato dal 65,1% dei centri. Critica anche l`area relativa alle attivita` rivolte all`utenza straniera, con meno della meta` dei centri (48,1%) che garantisce la mediazione linguistico-culturale e solo un quarto dei centri che fornisce prestazioni specifiche rivolte a donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo (25,4%).
Nel 2017 sono state 49.021 le donne che hanno contattato almeno una volta un centro antiviolenza in Italia, con un numero medio piu` elevato nelle regioni del Centro.
Il numero di donne impegnate in un percorso di uscita dalla violenza prese in carico dai centri antiviolenza e` 32.632, in media 104 per centro. Maggiore l`affluenza nei cav del Nord (143) che accolgono piu` del doppio delle donne dei centri del Sud (59). Sono 21.618 le donne che hanno iniziato per la prima volta nel 2017 il percorso di uscita dalla violenza, in media 75 a centro. Un dato piu` elevato nei centri localizzati al Nord (100), piu` basso nei cav di Sud e Isole (43).
Sono invece 8.711 le donne straniere impegnate in un percorso di uscita dalla violenza nel 2017 (30 in media nazionale per ogni centro antiviolenza), su un totale di 32.632.
 Sono 280, pari all`83,6% del totale, i centri antiviolenza italiani che rimangono aperti piu` di 5 giorni a settimana. La reperibilita` telefonica e` garantita h24 da 230 centri (68,7%), concentrati soprattutto al Sud (122, pari all`85,9%), mentre al Centro e al Nord si ritrovano in misura minore.
Sono 54 i programmi di trattamento per autori di violenza al 31 dicembre 2017, distribuiti in modo eterogeneo sul territorio italiano, con una maggiore concentrazione nel Nord Italia (soprattutto in Emilia Romagna e Lombardia, rispettivamente 9 e 8 programmi), mentre in quattro regioni, tre meridionali (Basilicata, Calabria, Molise e Valle d`Aosta) non risulta attivo alcun programma.
La grande maggioranza dei centri antiviolenza italiani, pari all`89%, aderisce al numero antiviolenza nazionale 1522. Il 77,9% dei centri (261), inoltre, fa parte di una rete territoriale antiviolenza, con migliori performance al Nord (91,1%). La quasi totalita` dei centri (97,3%) hanno a disposizione almeno un locale idoneo a garantire la privacy delle donne accolte, in piu` dell`80% le operatrici condividono un codice deontologico su riservatezza, segreto professionale e anonimato.

Bruxelles, presentato il progetto per sostenere le donne rifugiate vittime di violenza

Informare, sostenere e incoraggiare le donne rifugiate vittime di violenza di genere offrendo loro un servizio di assistenza specifica, migliorarne l’accesso ai servizi e la capacità dei professionisti di assisterle ed elaborazione nuovo metodo di consulenza che può essere utilizzato nel loro lavoro quotidiano. E’questo l’obiettivo del progetto “Co-creare un metodo di consulenza per le vittime di violenza di genere per le donne rifugiate” di cui Giraffa Onlus – associazione che fa parte della rete Reama – è organizzazione partner e i cui risultati sono presentati oggi a Bruxelles alla presenza dell’European regional institute in the United Nations Criminal Justice and Crime Prevention programme network (HEUNI) e SOLWODI Deutschland e.V. (associazione coordinatrice del progetto).

Un tema importante, quello delle donne migranti che vivono la violenza di genere, che viene spesso letto sotto la lente d’ingrandimento degli stereotipi o ridotto alla tratta e alla prostituzione. I risultati del lavoro svolto invece ci raccontano che anche per le richiedenti asilo è la violenza vissuta in ambito familiare la forma più frequente di maltrattamento, che compare nel 70% dei casi intervistati. Segue il traffico di essere umani con il 52% e gli abusi sessuali e lo stupro per il 50%. Il 25% delle donne richiedenti asilo ha subito mutilazioni genitali femminili ma solo nel loro paese, mentre in Italia e nei paesi europei sono quasi assenti, il 22% è vittima di maltrattamenti, stalking e matrimoni forzati e per il 15% vige ancora il delitto d’onore.

E’per questo sempre più necessario – afferma la presidente di Giraffa, Maria Pia Vigilante – non sottovalutare il tema della violenza di genere per le richiedenti asilo e creare per questo una rete di persone formate e specializzate, anche quando si parla di donne migranti. Questo vuol dire promuovere il potenziamento delle capacità dei counselors, raccogliere e valutare i dati sui bisogni delle richiedenti asilo e istituire una rete di esperti.

Il progetto ha adottato un approccio incentrato sulle vittime per comprendere meglio i problemi e le esigenze delle donne rifugiate vittime di violenza di genere. L’obiettivo è quello di creare maggiore consapevolezza sul tema della violenza di genere tra le donne rifugiate e sui servizi a loro disposizione, aumentare le segnalazioni dei casi alle Ong o alla polizia, creare una rete di esperti transnazionali ma anche e soprattutto elaborazione un nuovo metodo di consulenza che può essere utilizzato nel loro lavoro quotidiano per aiutare le donne rifugiate vittime di violenza.

“Questo lavoro e’ fondamentale per riuscire a dare applicazione anche alla convenzione di Istanbul – concludono le responsabili del progetto – che dedica alle donne migranti, richiedenti asilo e rifugiate un capitolo specifico”.

Ansa, nasce Reama

_06 mar 15:57 – ANSA_
*Violenza donne: nasce Reama, mutuo aiuto per ricominciare*
(ANSA) – ROMA, 06 MAR – Coinvolgere direttamente le donnevittime di violenza in azioni di auto mutuo aiuto. Ma senzalasciarle sole. Attorno a loro oltre 50 realt_ tra associazioni,centri antiviolenza, case rifugio, professioniste e un gruppo di16 avvocatesse che insieme compongono una fitta rete di”antenne” in tutta Italia per far conoscere e applicare laConvenzione di Istanbul.   Tutto questo þ Reama, la Rete per l`Empowerment e l`AutoMutuo Aiuto per le donne che subiscono violenza e per i lorofigli, nata dall`impegno della Fondazione Pangea Onlus con ilsostegno di Fondazione Just Italia e presentata, questa mattina,nella sede della Casa internazionale delle donne in via dellaLungara a Roma.”Le avvocatesse – ha spiegato la vicepresidente di Pangea SimonaLanzoni – fanno gratuito patrocinio. In pi° alle vittime vienefornito supporto durante le fasi investigative oltre a duesportelli online anti-violenza e anti-violenza economica e unacampagna di sensibilizzazione verso l`opinione pubblica, perchþesiste una lobby potente che sta lavorando al ritorno al passatoper quanto riguarda i diritti delle donne”.   Reama mette a disposizione anche un piccolo Fondo vittime,ovvero un piccolo sostegno economico alle donne sopravvissutealla violenza, ai loro figli o ai loro familiari come spinta per”rincominciare” e organizza seminari di Formazione einformazione comune per approfondire temi ed esperienze in unoscambio reciproco di saperi, metodologie e buone pratiche.  Valeria Valente, presidente della Commissione d`inchiesta sulfemminicidio ha ricordato la vicenda di una giovanissima donna  “violentata, proprio in queste ore a Napoli, da un branconell`ascensore della stazione. Viviamo in emergenza continua,non basta mai denunciare. Il caso di Napoli þ sfidante: sonotutti giovanissimi e la violenza si þ consumata in un luogopubblico.Parliamo di una vera regressione culturale e i sintomi sonotanti. Non solo sui social ma anche in alcuni disegni di legge oin una sentenza come quella del caso Matei, scritta male con unlinguaggio.