Cos’è la violenza economica

Se ne parla poco, eppure la Violenza Economica è una delle più diffuse, ed è anche quella che spesso impedisce ad una donna di lasciare un uomo violento, salvare i propri figli o rifarsi una vita.
Anche per questo @reamanetwork , la Rete di auto-mutuo-aiuto promossa da Pangea, ha attivato fin da subito uno Sportello online sulla violenza economica.
Scopri tutto sul sito www.reamanetwork.org e cambia il tuo futuro oppure scrivici allo sportello miaeconomia@reamanetwork.org .

Riprendiamoci la libertà, la storia di L.

Sono un’ insegnante e dopo tanti anni di matrimonio e di violenze  ho sopportato ogni forma di abuso in silenzio, pensando che l’unico modo per tutelare i miei figli era rimanere in casa e salvaguardare una parvenza di famiglia , tutto perché due stipendi oggi sono necessari per far studiare i propri figli e vivere dignitosamente.

Spesso noi donne siamo portate ad affidare la gestione economica ai nostri mariti, le bollette, il conto in banca senza sapere e capire fino in fondo le entrate e le uscite di un nucleo familiare composto da quattro persone .

Nel mio caso, lui era un libero professionista  e come tutti i liberi professionisti non ha mai avuto un reddito certo. Per questo sono stata costretta, nell’interesse della famiglia, a garantire con il mio stipendio un prestito personale, di cui poco più di tre rate sono state pagate , per non parlare di assegni emessi a mio nome e dal mio conto corrente.

Per farla breve, il risultato durante la separazione è stato che mio marito si è spogliato di tutti i beni,  dichiarando da libero professionista poco piu’ di € .6.500.00 all’anno mentre io ho ricevuto una serie di azioni giudiziarie: ad esempio sono segnalata come cattiva pagatrice perché oberata di debiti, mi manca solo che il giudice stabilisca un mantenimento da versare al mio ex marito e il quadro della violenza economica è al completo.

Grazie per il vostro servizio di Mia Economia, insegnante alle donne come tutelarsi e come difendersi da questo tipo di violenza e indirizzatele tutte verso percorsi di indipendenza economica e di libertà.

L.

L’anno delle donne

E’ stato un anno difficile per le donne, che si è concluso nel peggiore dei modi: sei femminicidi in sette giorni a cavallo del Natale.

Quest’anno lo salutiamo così, con una tombola di numeri dietro i quali continuiamo a perderci, perché, ancora oggi, non esiste un metodo di rilevazione ufficiale che certifichi la realtà drammatica dei femminicidi in Italia su cui poi creare vere politiche di prevenzione e contrasto della violenza.

Un’estrazione triste come la tombola che ci si appresta a giocare, iniziata con un certo anticipo rispetto al Natale quando, in occasione del 25 novembre, persino il Viminale diede i numeri, attestando i femminicidi a 32.

Nella realtà abbiamo fatto tombola con il 106: è questo il numero dei femminicidi avvenuti nel 2018, contandoli dalla stampa. E non siamo neanche sicure che la stampa li abbia contatti tutti!

Per gli altri numeri, quelli – ad esempio – delle donne maltrattate, stuprate, minacciate e perseguitate… quelli delle donne sconfitte da un sistema che non ha reso loro giustizia, degli orfani e dei parenti di chi non c’è più, dei bambini sottratti alle loro madri, delle madri violate nel loro amore più grande: i loro figli! Beh per tutte e tutti loro si aspetta ancora il sorteggio dei numeri tra il ministero della Giustizia, dell’Interno, della Difesa, della Sanità, dalle Istituzioni tutte! Ma per loro e tutte e tutti non vogliamo solo i numeri,vogliamo i fatti ! Basta emozionarsi basta promettere e basta inventare nuove ricette .

Chiediamo al 2019 un cambio di passo, applicando – ad esempio – quella Convenzione di Istanbul che nell’approccio integrato al tema della violenza contro le donne, tratteggia una linea che non lascia nulla al caso o alla sorte.

Perché per ora, abbiamo solo tanti numeri ancora da estrarre, ma sono tutti perdenti.

Noi non ci accontentiamo e non vogliamo che nessuna sia mai più sola.

Violenza economica, la storia di E.

Finalmente qualcuno parla di violenza economica , negli anni abbiamo guardato sempre alla violenza di genere come violenza fisica e psicologica , e tutti anche noi vittime l’abbiamo sottovalutata, eppure è quella che ti fa restare a casa con il maltrattante , perchè non sai dove andare ma sopratutto cosa dar da mangiare ai tuoi figli. Quando ho deciso di dire basta alle continue vessazioni e violenze , ed ho chiesto la separazione la prima cosa di cui sono stata privata sono stati i soldi , mi sono detta che avrei trovato un modo , l’importante era partire con le denunce penali , la separazione e preservare i miei figli da quel mostro che si chiama violenza assistita , il centro a cui mi sono rivolta mi ha fornito anche un sostegno psicologico e mentre tutto l’iter giudiziario con i suoi tempi si avviava , a me ed ai miei figli iniziavano a mancare i beni di prima necessità . Ho iniziato ad andare in giro alla ricerca di un lavoro , io sono figlia unica e mia madre vive solo della pensione sociale , ho pensato che forse potevo riprendere in mano la mia vita e con un amica abbiamo intrapreso un percorso per un attività imprenditoriale , lei avrebbe provveduto alla parte economica fin quando non avremmo ingranato , ma in questo percorso burocratico scopro che non posso accedere ad alcun agevolazione o finanziamento perchè segnalata presso la Centrale Rischi d’Intermediazione Finanziaria (la cosiddetta Crif) come cattiva pagatrice! Mi sono detta che c’era un errore , che io non avevo mai contratto alcun debito , per questo vi ho contattati e grazie ad una serie di consigli e di percorsi suggeriti dal vs sportello , ho deciso di andar fino in fondo d ho scoperto che il mio ex aveva utilizzato i miei documenti ed il mio nome intestandomi un autovettura e un finanziamento non pagato , e infine quando mi sono recata presso gli uffici Equitalia – Agenzia delle Entrate ho scoperto che di questa autovettura non erano stati pagati i bolli e le multe . Ora sto cercando risanare la mia posizione economica attraverso percorsi stragiudiziali e giudiziali per ridimensionare e arginare la mia posizione debitoria , perchè solo cosi potro’ ricominciare da me . Purtroppo anche noi vittime spesso consideriamo la violenza economica un fatto marginale mentre è quella che ti tarpa le ali e spesso non ti fa uscire da questo circolo vizioso dove il maltrattante continua a nuocerti nonostante tu abbia deciso di dire basta !!

Grazie per tutto, E.

Stupro di Melito, le donne vittime due volte

Le associazioni che fanno parte di Reama – la rete per l’Empowerment e l’aiuto mutuo aiuto delle donne vittime di violenza – e Fndazione Pangea Onlus, sono indignate per l’esito del processo in primo grado sul caso dello stupro di gruppo di Melito Porto Salvo che si è concluso con sei condanne e due assoluzioni per il branco guidato dal figlio del boss che per anni violentò una 13 enne. Una sentenza – affermano le associazioni – che nell’assolvere due degli imputati e nel rendere liberi gli altri in attesa del pronunciamento definitivo, ancora una volta umilia le donne e le rende vittime due volte di una giustizia che non punisce gli autori di violenza, tollera gli stupri e non crede alle donne durante i processi”. E’ quanto affermano le associazioni della rete Reama e Fondazione Pangea Onlus.

Al via la campagna #stopviolenza

“Per realizzare i Diritti umani, non abbiamo bisogno di teorie ma solo di tanta pratica” . È quanto afferma oggi Simona Lanzoni di Fondazione Pangea e Reama Network – la rete per l’empowerment e l’auto aiuto delle donne vittime di violenza – in occasione della Giornata Internazionale dei dei diritti umani. “Spesso – prosegue Lanzoni – per diritti umani si intende qualcosa di così alto e inarrivabile quando invece i diritti umani sono soprattutto il rispetto reciproco nella vita di tutti i giorni e servono, come il pane e l’acqua, per vivere meglio. Per questo motivo, anche opporsi alla violenza, non tollerarla ed agire affinché sia eliminata vuole dire lavorare per i diritti umani. Eppure, difficilmente si pensa che le avvocate professionalizzate sul tema, i medici nei pronto soccorsi, le operatrici dei centri antiviolenza, le persone che si spendono per informare nelle scuole su come prevenirla, difendono i diritti umani. Invece è proprio così: sono tutte e tutti difensori dei diritti umani”. Nasce così, proprio in occasione dellaGiornata Internazionale dei diritti umani, la campagna social “Difendo i diritti umani #stopviolenza #Reama”, promossa da Fondazione Pangea Onlus e Reama Network. “E’un’azione virale – spiega Lanzoni – per non dimenticare che, occuparsi di diritti umani, vuol dire anche occuparsi di prevenire la violenza contro le donne, proteggere chi la subisce, perseguire e punire chi la commette, secondo quanto stabilito dalla Convenzione di Istanbul. Si tratta, infondo, proprio dei presupposti da cui nasce il progetto di Reama Network, promosso da Fondazione Pangea Onlus con il supporto di Fondazione Just Italia (che per prima ha creduto in questo progetto sostenendo le nostre azioni), per mettere in rete le tante donne e uomini che difendono i diritti umani a partire dal rispetto dei principi della Convenzione di Istanbul”.

Come aderire alla campagna? E’ facile: scattati una foto con la scritta “Difendo i diritti umani #stopviolenza #Reama” e caricala sui social. Rendi virale l’#stopviolenza #Reama e unisciti al coro di chi, come Reama, ogni giorno chiede che vengano rispettati i diritti di tutte e tutti. Fermiamo la violenza maschile sulle donne, promuoviamo pari opportunità, pari diritti e pari doveri. Per le donne come per uomini. Perché la violenza contro le donne è soprattutto una questione di diritti umani.

Le donne due volte vittime, della violenza e dell’emarginazione

Doppiamente svantaggiate.

Perché donne e perché residenti in aree socialmente degradate dove i servizi sono carenti e gli effetti duraturi della cultura patriarcale e della violenza pesano più che altrove. Se, infatti, la violenza contro le donne è trasversale alle classi sociali e al livello di istruzione, le donne che vivono in contesti socio-economici svantaggiati, spesso, non possiedono le risorse (soprattutto economiche) per fuoriuscire da condizioni violente.

Ecco i risultati della ricerca Voci di donne dalle periferie, condotta da Ipsos e curata da We World.

Le periferie dei bambini

1,2 milioni di bambini e adolescenti in Italia vivono in condizioni di povertà assoluta e a influire sul loro riscatto e sul loro futuro non sono solo le condizioni economiche della famiglia ma l’ambiente e gli spazi in cui vivono.
E’ un quadro desolante quello che emerge dall’Atlante dell’infanzia a rischio presentato oggi alla Camera dei Deputati da Save the Children. “Le periferie dei bambini” è una denuncia sociale, che disegna la periferia non solo come uno spazio urbano lasciato a sé stesso ma anche sociale.
La periferia dei diritti dei minori è tutta qui, in quel divario di opportunità tra il nord e il sud, tra il centro e le periferie, tra chi va a scuola e chi no.
1,2 milioni di bambine e bambini in povertà assoluta non sono solo un monito, sono l’emblema di un’arretratezza culturale e di diritti.
La condizione dei minori non cambierà se non cambieranno le politiche di welfare e soprattutto le politiche rivolte alle donne. Perché solo garantendo mamme felici, si avranno figlie e figli felici. Con Fondazione Pangea Onlus