Il Tempo: Melito Porto Salvo, sentenza scandalosa

Il Tempo, 22 dicembre 2018 

Fondazione Pangea Onlus con “Reama”, la rete per l’empowerment e l’auto mutuo aiuto delle donne vittime di violenza, sono  indignate per l’esito del processo in primo grado sul caso dello stupro di gruppo di Melito Porto Salvo. Sei condanne e due assoluzioni per il branco guidato dal figlio del boss che per ben due anni violentò una 13enne. “Una sentenza – dichiarano Fondazione Pangea e Reama – che nell’assolvere due degli imputati e nel rendere liberi gli altri in attesa del pronunciamento definitivo, rende la ragazza vittima due volte e la umilia. Questa sentenza tollera gli stupri e non protegge le donne dentro e fuori dai processi”.

La Repubblica: Sfido la burocrazia per diventare papà di mio nipote orfano

di Novella De Luca,

La Repubblica 24 Novembre 2018

«Nessuno sa cosa Andrea ricordi di quella notte. Aveva soltanto due anni e mezzo quando sua madre, mia sorella, fu uccisa dal marito». Era il 2013. D’inverno. Il bimbo dormiva accanto, nella sua cameretta. «Impossibile che non abbia sentito. Però se lo guardo oggi, un bambino sereno, forte, penso che forse noi, mia moglie mia figlia, io, tutti “vittime collaterali” di quel femminicidio, abbiamo fatto un buon lavoro. Invece sono cinque anni che lotto per poter diventare suo padre, per adottarlo. Perché nel deserto che segue a queste stragi, noi parenti degli orfani, oltre al dolore scopriamo di avere un altro nemico: la burocrazia».

Giovanni è un uomo pacato, colto, abituato a parlare. Lavora nel sociale, con i bambini malati, abita al Nord, per proteggere suo nipote chiede di cambiare nomi e carte geografiche. «Oggi che finalmente Andrea è affidato a me, e il prossimo passo sarà l’adozione, non vorrei compromettere tutto. Ma sapete quanto mi è costato fino a ora tra avvocati, ricorsi, psicoterapie e periti poter restituire un futuro a mio nipote? Per diventarne il tutore legale? Quasi trentamila euro. Eppure era naturale fin dall’inizio che noi diventassimo la sua famiglia. Se la Fondazione Pangea non avesse lanciato per noi una raccolta di fondi oggi saremmo pieni di debiti, ridotti in povertà. Dallo Stato nemmeno un euro. Nulla. E’ il paradosso amaro di chi si prende cura di un orfano di femminicidio”.

Fa fatica a parlare di sua sorella, Marinella, 40 anni, assassinata a coltellate dal marito in una notte di cinque anni fa. Giovanni apprende la notizia in un’alba fredda, mentre è in viaggio per lavoro. «No, non c’erano state avvisaglie, o forse non le avevamo sapute leggere. Nella catastrofe emotiva di quei giorni il nostro unico e primo pensiero è stato quello di prenderci cura di Andrea. Come stava, cosa aveva visto, come proteggerlo. Avevamo chiesto, immediatamente, il suo affidamento, ma invece nella prima fase, pensando che fossimo troppo coinvolti – c’era un funerale da fare, un processo da imbastire – Andrea era stato “appoggiato” presso degli zii paterni. Ci sono voluti sei mesi perché potessimo accoglierlo nella nostra casa». Ma è soltanto l’inizio di un’odissea legale e burocratica. Da affrontare con la fatica e la solitudine di chi è stato già spezzato da un lutto feroce. «Mia sorella era stata uccisa, il marito in carcere, Andrea in poche ore era rimasto senza madre, senza padre, senza casa e affidato, come accade in questi casi, a un soggetto terzo, il sindaco. Per poterne diventare genitore affidatario ho dovuto affrontare cinque anni di processi. Pagando avvocati e periti».

Non perché la famiglia di Giovanni non andasse bene. Anzi. «Andrea – racconta Giovanni – è un bambino meraviglioso, coraggioso, bravo a scuola, è cresciuto con mia figlia, ha saputo la sua storia fin da piccolo, è stato seguito da psicologi bravissimi. Lo hanno dimostrato tutte le perizie. Ma semplicemente perché la Giustizia italiana funziona così, tra istituzioni che non si parlano e giudici che magari non leggono le carte. E allora può accadere che nella frammentazione delle competenze si debba ricominciare daccapo. Nuovi processi, nuove perizie, altri soldi». Nella totale assenza dello Stato. «Nessun risarcimento, nessun sostegno, anzi mi chiedo dove siano andati a finire i fondi per gli orfani dei femminicidi».

Una tela di ragno. Nella quale si trovano impigliati quasi tutti i parenti di questi orfani speciali. Smarriti dentro una burocrazia ostile che sembra aggiungere beffa al dolore. «Questi bambini sono devastati, hanno bisogno di aiuti enormi. Di competenze. Di sostegni economici. Di cure mediche. Oggi Andrea sta bene perché grazie ai fondi raccolti dalla Fondazione Pangea noi siano riusciti a lavorare su di lui, su di noi. Ma senza tutto questo le famiglie, soprattutto le più fragili, soccombono. E il lutto si aggiunge al lutto».

Al via la campagna #stopviolenza

“Per realizzare i Diritti umani, non abbiamo bisogno di teorie ma solo di tanta pratica” . È quanto afferma oggi Simona Lanzoni di Fondazione Pangea e Reama Network – la rete per l’empowerment e l’auto aiuto delle donne vittime di violenza – in occasione della Giornata Internazionale dei dei diritti umani. “Spesso – prosegue Lanzoni – per diritti umani si intende qualcosa di così alto e inarrivabile quando invece i diritti umani sono soprattutto il rispetto reciproco nella vita di tutti i giorni e servono, come il pane e l’acqua, per vivere meglio. Per questo motivo, anche opporsi alla violenza, non tollerarla ed agire affinché sia eliminata vuole dire lavorare per i diritti umani. Eppure, difficilmente si pensa che le avvocate professionalizzate sul tema, i medici nei pronto soccorsi, le operatrici dei centri antiviolenza, le persone che si spendono per informare nelle scuole su come prevenirla, difendono i diritti umani. Invece è proprio così: sono tutte e tutti difensori dei diritti umani”. Nasce così, proprio in occasione dellaGiornata Internazionale dei diritti umani, la campagna social “Difendo i diritti umani #stopviolenza #Reama”, promossa da Fondazione Pangea Onlus e Reama Network. “E’un’azione virale – spiega Lanzoni – per non dimenticare che, occuparsi di diritti umani, vuol dire anche occuparsi di prevenire la violenza contro le donne, proteggere chi la subisce, perseguire e punire chi la commette, secondo quanto stabilito dalla Convenzione di Istanbul. Si tratta, infondo, proprio dei presupposti da cui nasce il progetto di Reama Network, promosso da Fondazione Pangea Onlus con il supporto di Fondazione Just Italia (che per prima ha creduto in questo progetto sostenendo le nostre azioni), per mettere in rete le tante donne e uomini che difendono i diritti umani a partire dal rispetto dei principi della Convenzione di Istanbul”.

Come aderire alla campagna? E’ facile: scattati una foto con la scritta “Difendo i diritti umani #stopviolenza #Reama” e caricala sui social. Rendi virale l’#stopviolenza #Reama e unisciti al coro di chi, come Reama, ogni giorno chiede che vengano rispettati i diritti di tutte e tutti. Fermiamo la violenza maschile sulle donne, promuoviamo pari opportunità, pari diritti e pari doveri. Per le donne come per uomini. Perché la violenza contro le donne è soprattutto una questione di diritti umani.