La violenza economica raccontata da una vittima

La violenza economica è subdola, estenuante e pericolosa, anche se a differenza di altri abusi è invisibile agli occhi degli altri, perché non porta segni evidenti sul corpo. Riconosciuta dalla Convenzione di Istanbul come vera e propria forma di coercizione, è capace di logorare le donne di ogni età e ceto sociale, che si ritrovano indebitate, senza liquidità, costrette a rinunciare a tutto ciò che può comprare il denaro. Perché, spesso, al denaro una donna vittima di questo genere di abuso non ha più accesso, controllata dal compagno-aguzzino. «La consapevolezza rispetto alla violenza economica arriva strada facendo, in un lungo e complicato percorso di presa di coscienza del vuoto che lui le ha creato intorno, magari allontanandola dal lavoro, fino a renderla dipendente economicamente», spiega Manuela Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea Onlus. Un anno fa, con l’avvio del progetto Reama (Rete per l’Empowerment e l’Auto Mutuo Aiuto), l’associazione ha inaugurato lo sportello Mia Economia, che in questo lasso di tempo ha aiutato 52 vittime di violenza. Tra loro, anche la 45enne Maria, che nel 2017 «dopo una serie di vicissitudini e incomprensioni» ha deciso di separarsi dal marito, dando il via a una ‘guerra’ che l’ha economicamente dissanguata. Ecco la sua storia.

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