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DIRE, Sono già trascorsi quattro anni dal giorno in cui i Talebani si sono ripresi l’Afghanistan. Il ricordo è ancora nitido nei racconti di Fondazione Pangea che ancora continua a operare nel paese
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(DIRE) Roma, 14 ago. – Sono già trascorsi quattro anni da quel 15 agosto del 2021, il giorno in cui i Talebani si sono ripresi l’Afghanistan. Il ricordo è ancora nitido nei racconti di Fondazione Pangea, che dal 2002 lavora in Afghanistan con progetti di empowerment femminile, di microcredito, di scolarizzazione ed educazione finanziaria e che da tre anni continua, nonostante tutto, a operare nel paese tra mille difficoltà.

   “Del 15 agosto di quattro anni fa ricordiamo tutto: l’ansia, la paura, le decisioni difficili da prendere in poco tempo. La priorità per Pangea è stata proteggere le attiviste e le beneficiarie che per vent’anni hanno collaborato con noi in Afghanistan. Nell’emergenza di quei giorni abbiamo dapprima bruciato i documenti di lavoro, chiuso l’ufficio di Kabul ed evacuato il personale. In una seconda fase la preoccupazione è stata invece quella di non lasciare il paese, di continuare a lavorare accanto alle donne e ai bambini. Non potevamo lasciarle sole! Oggi l’emergenza non è finita e noi di Pangea la stiamo attraversando perché l’Afghanistan continua a vivere il suo momento più buio”, afferma Luca Lo Presti, presidente di Fondazione Pangea, nel ricordare ricorda i tre anni dal giorno in cui i talebani si sono ripresi l’Afghanistan. L’APARTHEID DI GENERE – “Dall’inizio della sua salita al potere il governo de facto ha creato una miriade di divieti per regolare la vita pubblica, di questi quasi tutti colpiscono esclusivamente le donne- afferma Simona Lanzoni, vice presidente di Fondazione Pangea- A distanza di quattro anni dal ritorno dei Talebani possiamo dire con certezza che nel paese è in atto un vero e proprio Apartheid di genere. Per le donne la situazione precipita di giorno in giorno, per loro non è possibile andare a scuola, fare sport, semplicemente curarsi in autonomia o andare in giro da sole, persino cantare, parlare in pubblico, affacciarsi a una finestra e soprattutto recarsi in ospedale se non si è accompagnate da un uomo, sia esso il marito, il fratello o addirittura il figlio maschio piccolo. Le donne non esistono, non sono persone perché non possono godere dei diritti umani. Per questo come fondazione Pangea ci siamo fatte portavoci in Italia del riconoscimento dell’apartheid di genere come un crimine conto l’umanità, al pari di quello etnico avvenuto in Sud Africa. Se aggiungiamo a tutto questo la fame, la povertà estrema, i terremoti, le catastrofi naturali, la situazione è davvero drammatica”, prosegue Lanzoni. IL LAVORO IN AFGHANISTAN – “Ciò nonostante non abbiamo mai lasciato il paese- afferma Luca Lo Presti, presidente di Pangea- Abbiamo deciso di restare e di riorganizzare i nostri progetti e le nostre attività, ascoltando i bisogni delle donne afghane e delle loro famiglie. Seppur scontrandoci con una situazione ai limiti abbiamo riaperto una sede a Kabul dove abbiamo impiegato del personale Afghano, garantendo anche la nostra presenza. Abbiamo accolto e aiutato donne, uomini e bambini in fuga verso la libertà; abbiamo aiutato le persone che sono rimaste in Afghanistan fornendo loro protezione e aiuti umanitari con la distribuzione di viveri e coperte in 7 province dell’Afghanistan raggiungendo 7.000 nuclei familiari, oltre 60.000 bambini. Successivamente siamo intervenuti con la distribuzione di pacchi alimentari per 258 famiglie a Kabul. La scuola per bambine e bambini sordi è riuscita a riaprire, il progetto si è ampliato e Pangea ha moltiplicato il suo impegno in diverse province dell’Afghanistan. Qui i bambini e le bambine possono imparare la lingua dei segni, crescere insieme e giocare. Le beneficiarie non sono solo le ragazze con disabilità ma anche le madri che possono frequentare corsi professionali e essere supportate attraverso il microcredito. Abbiamo selezionato e assunto insegnanti altamente qualificate, formatori professionisti, esperte/i di lingua dei segni, logopedia e strutturato programmi di studio personalizzati a seconda del livello di disabilità.

Per altro il pasto che forniamo alla mensa scolastica rappresenta per molti di loro l’unico della giornata. Pangea ha attivato un circuito di microcredito per le ‘famiglie’. Questo permette alle donne di lavorare dentro casa. Operiamo principalmente con nuclei in cui le donne sono capo famiglia perché il marito ha una disabilità o sono vedove. Si tratta di un progetto importante perché permette di ricostruire il tessuto economico, di aiutare le donne ad esistere e resistere. Infine stiamo avviando sempre in loco progetti per la salute mentale, perché la depressione e il tasso di suicidi sono in costante aumento”, dichiara il presidente Lo Presti. IL LAVORO IN ITALIA – In lavoro in Italia con i rifugiati prosegue con i progetti abitativi di co-housing e terza accoglienza per le famiglie afghane e con l’integrazione delle donne e dei nuclei che sono arrivate in Italia, sostenendole nei percorsi di scolarizzazione, apprendimento della lingua, inserimento all’università o con stage e tirocini professionalizzanti. Questo è stato reso possibile anche grazie all’apertura di uno specifico sportello interculturale a disposizione delle donne afghane, rifugiate e richiedenti asilo, per favorire il loro empowerment, la loro istruzione e il loro inserimento nel mondo del lavoro. Lo sportello ha sede a Roma ma è possibile scrivere da tutta Italia utilizzando l’indirizzo email migrantwomen@pangeaonlus.org oppure attraverso l’help desk on line https://www.osservatoriointernazionaleafghanistan.org/helpdesk/ Per raggiungere il più ampio numero di donne il servizio è stato tradotto anche in Dari e in inglese https://pangeaonlus.org/sportello-legale-e-socio-sanitario-per-donne-migranti/

   “Sappiamo bene che in Afghanistan l’emergenza resta, nonostante la luce dei riflettori sia sempre più affievolita: sono a rischio di malnutrizione oltre 3 milioni di bambini e il prossimo non sarà meglio. I divieti imposti dai talebani alle donne sono sempre più stringenti e quello che vediamo quando siamo lì è la sofferenza, l’assenza di una visione e una ricerca comune di benessere per la popolazione afghana. La mancanza di libertà e autonomia è totale non solo per le donne ma per tutti.

Il contesto politico internazionale poi non aiuta e così l’Afghanistan rischia di essere dimenticato insieme a migliaia di bambine e bambini. Ciò nonostante, abbiamo sempre raccontato che le donne afghane in questi anni ci hanno insegnato che la parola ‘impossibile’ non esiste. In tanti ci dicono che non riusciremo a lavorare nel paese ancora per molto. Che tutto è finito. E invece Pangea sta dimostrando il contrario anche se da soli non possiamo farcela e abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti per continuare. Ci vorrà intelligenza e cautela ma continueremo a lavorare per le donne e i loro bambini. Perché la parola impossibile l’abbiamo cancellata dal vocabolario”, conclude Lo Presti.

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